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Partorire il Vascello. Una recensione de “L’architettrice” di Melania Mazzucco, di Oreste Tappi



Non poteva essere che Monteverde, quartiere romano ricco di storia e di ville, fulcro geografico e ideale dell’ultimo romanzo di Melania Mazzucco, il luogo (virtuale in tempi di pandemia) della tertulia letteraria, (quasi) tutta al femminile, su “L’architettrice”, promossa dall’associazione “Monteverde attiva” alla presenza dell’autrice, da casa sua! Plautilla Briccia, l’architettrice, considerò sua figlia la villa Benedetta (poi del Vascello) a Monteverde. Per sua fortuna, non ne vide la fine, né vide la fine del mito di progresso della Repubblica Romana distrutto insieme ad essa.

Oreste Tappi ci racconta com’è andata la tertulia e le sue impressioni sul libro.

Il Gianicolo, l’ottavo colle, oltre Tevere, dedicato al dio Giano (Ianum colere), avamposto di Roma sul territorio etrusco. Da qui gli Etruschi attaccavano. Da qui attaccarono anche le truppe francesi del gen. Oudinot nel 1849 per abbattere la Repubblica Romana di Mazzini e Garibaldi.

Abbatterono anche la villa, subito fuori porta san Pancrazio di fianco a villa Pamphili, detta del Vascello per la forma originalissima alta e stretta. Ma in origine si chiamava Benedetta ed era stata progettata nel ‘600 per l’abate Elpidio Benedetti, suo ex amante, dalla prima donna architetto italiana, Plautilla Briccia.

Monteverde ha da sempre un’intensa vita culturale. Qui c’è il teatro sperimentale del Vascello, appunto, diretto da Manuela Kustermann. Qui, a via Fonteiana (la fonte di Giano, ancora), abitò lungamente Pasolini, che vi ambientò la gran parte del suo romanzo borgataro romano Ragazzi di vita.

L’associazione “Monteverde attiva” (cura del territorio, opere di assistenza sociale, interventi nelle scuole) ha anche un gruppo di lettura, che tiene tertulias mensili ogni volta su un libro, quest’anno solo su libri scritti da donne. Perciò qui, nei suoi luoghi, L’architettrice di Melania G. Mazzucco era d’obbligo.

Ma al dunque è scoppiata la pandemia, tutti in casa. Ma c’è Zoom. Partecipa l’autrice, ci racconta la lunghissima genesi e gestazione del romanzo,15 anni di ricerche, centinaia di pagine di documenti compulsati. Fra i quali, pazientemente, anche tutte le opere del Briccio, il padre agente di Plautilla, di scarso o nullo valore letterario, ma di grande utilità documentaria: sull’ambiente, sulle vicende di cronaca, sulla lingua. La Mazzucco ne ha tratto alcuni dei moltissimi vocaboli inusuali di cui è punteggiato il tessuto del romanzo. Su tutti naturalmente “architettrice”, un neologismo, ma questo re-inventato proprio da lei, da Plautilla, che così si firmò in calce al capitolato d’appalto della villa Benedetta: Io Plautilla Briccia Architettrice ho fatto li sudetti capitoli mano propia.

Il romanzo (554 pagine) si muove su due linee: quella “maestra”, della vita tutta in salita di Plautilla nella Roma barocca artistica corrotta papalina del ‘600; e quella, intermezzata alla prima, delle battaglie dei ragazzi venuti da tutt’Italia ed Europa per difendere la Repubblica di Garibaldi. Due linee legate fra loro certamente dalla storia della villa del Vascello, ma anche e soprattutto da una diversa e pur identica idea di libertà e di civiltà. I romanzi di Melania Mazzucco hanno sempre un fondo politico. Vero, quello delle persone in carne e ossa e mente e cuore.

Spesso al femminile, spesso sul versante dell’arte: come appunto nella straordinaria vicenda di Plautilla Briccia nella Roma di Borromini, Bernini, Pietro da Cortona, tutti più o meno al servizio dei padroni papalini, perciò tutti che salgono o scendono a seconda del papa che subentra. Plautilla, donna e quindi senza prospettive di successo (viene ammessa nell’accademia di San Luca, ma senza diritto di parola), da pittrice di fila, come l’ha formata il padre, sceglie audacemente di diventare architettrice, perché “l’artista sogna di cambiare il mondo… e i quadri sono tutti uguali – vuoti, predicatori, inutili. Invece costruire un palazzo, una chiesa, un oratorio, significa cambiare il volto di una città”. La molla di Plautilla fu la scoperta del “potere sovversivo del rifiuto” (“la legge degli uomini non sarebbe stata la mia”).

Non fu né sposa né madre, ma avrebbe voluto esserlo. Lo fu invece, più “fortunata”, la sorella Albina: che in dieci anni perse quattro figli, morti, normalmente, a poche settimane di vita, pochi mesi, o prima di compiere l’anno, finché anche lei morì, normalmente, di parto. Plautilla, alla prima esperienza sessuale (con Gio’, allievo del padre), perse conoscenza a causa della sua epilessia (obsessa spiritibus immundis) prima che potesse accadere.

A Roma il cardinale Mazzarino, giovane scavezzacollo ma poi genio della politica e della carriera alla corte parigina di Luigi XIII, aveva un agente, l’abate Elpidio Benedetti, che Plautilla conobbe per volontà della sorella di lui, Eufrasia, monaca sacrificata al fratello maschio (stile Gertrude dei Promessi Sposi). Il primo contatto fisico con l’abate Elpidio, Plautilla lo ebbe sul barcone-traghetto travolto dalla piena del Tevere gonfio di cadaveri. Poi si rividero, per non dare nell’occhio, in mezzo alla folla di un’esecuzione capitale. Poi si reincontrarono durante la peste (terribile, che naturalmente, secondo i don Ferrante di qui, non era proprio peste). La vita di Roma barocca è impregnata di morte.

Elpidio fu amante di Plautilla, ma fu devoto solo a Mazzarino. Però fu lui a farla diventare architetto (architettrice ci divenne lei, da sola, anche affrontando, spaventata ma ardita, i capomastri indocili a un capo femmina): “Non so ancora valutare, dirà lei alla fine, se quell’uomo è stato la mia fortuna , o la mia disgrazia. Entrambe, temo”. Ma anche il padre Briccio (“Quando ha dovuto rinunciare a se stesso, ha fabbricato me”). E anche la madre (“La sua ostentata stupidità le permetteva di esercitare la sua perfida intelligenza… M’aveva lasciato libera di essere diversa da lei”). Melania Mazzucco ha dedicato il libro a sua madre Andreina, “studentessa di architettura negli anni Cinquanta del Novecento, lasciò l’università quando scoprì che più rari dell’hibonite erano gli architetti donna”.

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